Il mal di calcio

Pep Guardiola, dal web.

Dopo la sconfitta in Premier League contro il Tottenham nel quinto turno di Champions League, i Citizens del Manchester City hanno subito la rimonta del Feyenoord passando da 3-0 a 3-3. Accantonando per un attimo il risultato, la prestazione e anche una  squadra che inciampa nei suoi stessi piedi, consideriamo piuttosto la reazione di un allenatore - un Signor allenatore, Josep “Pep” Guardiola - che visibilmente si prostra in panchina semi disperato dopo il primo gol avversario e che si presenta nel post partita ai microfoni con ferite in viso, graffi inferti da lui stesso a causa di nervosismo e rabbia incontenibili.

“Volevo farmi del male”. Una sincerità pericolosa quella di un allenatore che nella sua storia personale è trasceso andando oltre al calcio e che, destabilizzando gli ingranaggi oliati degli ultimi anni, è riuscito a cambiare convinzioni inventando nuove figure e nuovi sistemi di gioco (“tiki-taka”, “falso nueve”) che gli hanno permesso di diventare uno scanner vivente del campo, vincendo sfide agonistiche e personali. Ossessionato dalla sua stessa passione studia, pensa e respira calcio, di giorno e di notte. Non ha mai nascosto di quanto la sua vita dipendesse dal pallone e da quanto il pallone abbia avuto il potere di decidere la sua stessa vita che a guardarla da quaggiù spesso sembrava una favola, invidiata da molti, odiata da qualcuno. 

Ora, invece, “morde” se stesso pubblicamente, spinto dalla forza della disperazione, dalla paura del fallimento che spesso fa valutare in modo errato le condizioni di cui siamo protagonisti, in questo caso come se l’anima di acciaio marchiata Guardiola si fosse sgretolata in un soffio. La consapevolezza della realtà, gli sbagli di squadra, il periodo nero, il peso del fallimento di una squadra che sosta nell’Olimpo del football, il tutto vissuto come se fosse una colpa personale inaccettabile: quella di scivolare e farsi male nonostante si studi, pensi e respiri costantemente calcio.

L’invincibile Pep Guardiola diventa in un istante un uomo “normale”, fragile, un uomo che deve accettare di avere in mano una squadra che non si risolleva, non ora. L’invincibile Pep non lo sa ma sta dando un messaggio per tutti quelli che credono troppo nelle favole, che fanno dei sogni incubi e di un impegno lavorativo un’ossessione compulsiva. Ci insegna che la fragilità è umana come l’imperfezione e che un uomo deve smettere l’assillo della conquista, quando le condizioni parlano una lingua diversa.

Non si affrontano i leoni solamente respirando profondamente con l’addome e non si superano gli ostacoli solamente pensando positivo. Bisogna essere bravi a lasciar andare quando diventa tossico, insostenibile e pericoloso sia esso un lavoro, un amore, un’amicizia o una passione, fosse per un periodo o per sempre.

Perché la libertà più assoluta è il privilegio, la condizione e il destino di qualsiasi vita, anche se ti chiami Josep “Pep” Guardiola.

Alice Previtali

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