ESCLUSIVO - Paolo Faragó, il suo secondo tempo

Questa è la storia di Paolo. Paolo Faragó, centrocampista classe 1993. Nasce a Catanzaro ma cresce nel novarese da quando ha tre anni. Nel 2002 entra nel settore giovanile azzurro con Giacomo Gattuso come mister e ci rimane - diventando capitano della Primavera - fino alla stagione 2011-2012, anno in cui la prima squadra, il suo Novara, gioca in Serie A seppur rimanendoci solo per quella stagione. L'anno dopo debutta con Attilio Tesser in prima squadra dove giocherà 4 stagioni e mezzo, tre delle quali in serie B e una in Lega Pro collezionando 140 partite in campo.
Cresce fino a farsi notare dalla Serie A: è il Cagliari a volerlo nel 2017, in prestito prima e in via definitiva l'anno successivo, contando 81 partite giocate con la squadra sarda. Nel 2019 viene operato all'anca e starà fuori dal campo per 6 mesi tra riabilitazioni, dolori e continue operazioni chirurgiche passando dal rossoblu isolano, nel 2021, al Bologna sempre in Serie A - allenato da Mihajlovic - anche se i fastidi fisici continuano ad impedirgli di vivere il calcio come era abituato a fare, mettendo in discussione una carriera calcistica non ancora giunta al termine. Nel 2022 prova a rimane in corsa con il Lecce in Serie B, passando poi al Como per due anni. Il fisico però impone un aut-aut e il 24 gennaio 2024 il nostro appende le scarpette al chiodo: Paolo cambia vita, diventa produttore di vino e si stabilisce in Sardegna, a Serdiana, in provincia di Cagliari, da dove ci parla del suo secondo tempo.
- La tua è una bella storia da raccontare, è la storia di una vita costituita da due tempi, proprio come una partita di calcio: il primo in cui il palcoscenico è il rettangolo verde ed il secondo che si svolge sempre su un campo, ma diverso. Partitamo dalla fine, raccontaci della tua nuova vita.
"La vita di adesso è più particolare rispetto a prima in cui avevo il calendario della settimana e gli orari erano scanditi da qualcun'altro; invece ora sta a me organizzare l'agenda, alternando giorni dove seguo la parte di campagna a giorni in cui faccio affiancamento con i clienti per l'assaggio dei vini oppure altri in cui faccio principalmente scrivania. La quotidianità ora la devo impostare io e la difficoltà principale che sto trovando è riuscire a darmi delle priorità perché ora mi sembra di vedere tutto come urgente quando poi mi rendo conto che alcuni aspetti sono superflui, da organizzare in più tempo".
- Il tuo nuovo secondo tempo è una conseguenza di una scelta determinata da una motivazione seria che ti ha portato ad abbandonare il calcio ad un'età ancora verde per un calciatore. Quanto è stato difficile, per chi come te ha vissuto per il pallone, ammettere che era l'unica scelta giusta?
"È stato difficile ma neanche tanto: io ho fatto di tutto, e i 13 interventi chirurgici lo dimostrano, per provare a non avere rimpianti un domani. Dal momento in cui ho avuto il problema all'anca, ho capito che era un problema serio e probabilmente a causa di quello avrei smesso di giocare. Ho sempre cercato di ragionare sulla possibilità di andare a tamponare, di continuare ad allungarmi la carriera fino a quando la situazione è diventata insostenibile perché non riuscivo a fare neanche una passeggiata. Non è stata una scelta mia, mi è stata imposta dal mio corpo e non avendola presa io non ho avuto difficoltà nel doverla affrontare".
- Prima di arrivare in Serie A trascorri numerosi anni indossando la maglia del Novara dove sei ricordato con affetto e rispetto. Hai vissuto 12 anni della tua professione sotto la cupola passando dall'indossare la fascia di capitano della formazione della Primavera a combattere per la Serie A nel 2016 nei playoff vinti però dal Pescara. Ti chiamavano "Capitan Futuro" e se chiedo di te adesso i tifosi ti ricordano con nostalgia. Qual è il ricordo più bello che hai di quegli anni?
"Ti parlo di 3 eventi: un gol, il momento più bello legato al risultato di squadra, e una partita. Il gol è quello del 3-2 del mio primo anno con il Novara in prima squadra contro il Sassuolo: avevano segnato Fernandez e Buzzegoli, io sono entrato al 91' e al 93' ho fatto il gol del 3-2; è stato il mio primo momento di grandissima euforia legato al mio essere calciatore perché io non avevo ancora realizzato la possibilità di farlo perché non mi sentivo a livello dei miei compagni. Non riuscivo a capire quanto sarei potuto crescere, arrivavo da tre mesi di inattività e riuscire ad avere una gioia del genere, in quello stadio che era pieno, per me è stato qualcosa di incredibile. La gioia di squadra è stata la vittoria del campionato con Toscano nel 2015 perché quell'anno, soprattutto dopo aver vissuto la retrocessione nell'anno precedente, sentivo una responsabilità grandissima addosso quindi essere riusciti contro mille difficoltà a vincere il campionato è stato bellissimo, tant'è che con quel gruppo ci siamo legati in maniera indissolubile. La partita invece è Bari-Novara, 3-4: è stata una montagna russa, incredibile".
- La cosa che mi piace di più della tua storia è che non hai confuso la perseveranza con l'ostinazione. Hai saputo dire "basta", a denti stretti, nonostante sia stata una scelta sofferente e hai anche saputo inventarti una nuova strada da percorre. È una bellissima storia da usare come esempio, specialmente per i giovani che spesso faticano ad accettare gli imprevisti della vita e soprattutto a reinventarsi. Quale messaggio vorresti dare loro se dovessi raccontare la morale della tua storia?
"Ho cercato di far di tutto per non abbandonare il mio sogno però quando ho realizzato che non era più possibile non mi sono massacrato, ho deciso di rispettare il mio corpo ma alla base di questo c'è stata una passione. Ho creduto nella mia passione principale da piccolino che era il calcio, ho dedicato anima e corpo anche in momenti non particolarmente positivi e questo mi ha dato la possibilità di esaudire il mio desiderio e realizzare un sogno. Allo stesso modo ho coltivato un'altra passione che è quella che mi dà la possibilità di parlare del mio passato da calciatore con gioia e con felicità perché avere qualcosa che mi impegna anima e corpo sia a livello temporale ma anche proprio come attenzione e dedizione come la mia nuova realtà lavorativa per me è il segreto per non avere rimpianti e per essere felice. Forse la morale è cercare di coltivare le proprie passioni, avere una perseveranza tale da riuscire a portarle avanti, poi non sempre è possibile".
- Da amante della Sardegna, ti chiedo solo una conferma ma dal tuo punto di vista. Che cosa c'è di speciale in quest'isola?
"È una domanda che mi pongo spesso e a cui non riesco a dare una risposta precisa. È un insieme di fattori: umano, ambientale, climatico. Ci sono colori meravigliosi che ti riempiono gli occhi, ci sono profumi inebrianti, il mare ovviamente, il sole... Con le persone mi sono trovato subito a mio agio, i ritmi, i paesaggi. Sono un insieme di fattori che non sono legati solo al clima o all'ambiente ma sotto ogni punto di vista qui è come a casa; in più io e mia moglie Irene che è di Novara abbiamo iniziato a convivere qui e siamo diventati famiglia qui. Per noi la Sardegna vuol dire la nostra famiglia, questo ha contribuito ancora di più a farci innamorare di quest'isola".
Grazie a Paolo, per la disponibilità e la genuinità con cui racconta di se’, dei suoi ricordi e dei suoi vissuti. Che la sua storia possa essere di esempio per molti.
